P.O. Box Berlin: I muri di Kai Wiedenhöfer

East Berliners crossing into the West Berlin on 11. November at the Potsdamer Platz. Germany, 1989.

Fino al 13 set­tem­bre il lato opposto della East Side Gallery di Berlino ospita la mostra fotografica wall on wall dell’artista tedesco Kai Wieden­höfer. Una espo­sizione sui muri del mondo che divi­dono, impressa su ciò che resta di un altro muro, quello della cap­i­tale tedesca, negli ultimi mesi al cen­tro di con­tro­ver­sie per l’abbattimento di una sua parte in vista della costruzione di un palazzo di lusso a ridosso della Spree.  Il muro con­tro muro è disp­ie­gato in 36 foto su 364 metri di East Gallery, un prog­etto che Wieden­höfer real­izza dal 2006 con 21 viaggi e che è pub­bli­cato nella rac­colta “Con­fron­tier”, edita da Steidl. Le bar­riere rap­p­re­sen­tate sono quelle tra israeliani e palesti­nesi, tra la Corea del Nord e del Sud, pas­sando per la Green Line di Cipro che sep­ara i greci– cipri­oti dai turchi-ciprioti, il con­fine tra la fron­tiera Usa e quella del Mes­sico, la Peace Line di Belfast, la bar­ri­era di Ceuta e Melilla, pre­sunto deter­rente con­tro l’immigrazione clan­des­tina dall’Africa, e quella che divide la città di Bagh­dad, in pieno mer­cato, tra sun­niti e sci­iti, senza dimen­ti­care la cortina tra le due Ger­manie, motore primo dell’intera esposizione.

“Sono stato un tes­ti­mone ocu­lare”, rac­conta Wieden­höfer, “della caduta del muro di Berlino nel 1989 quando ero ancora stu­dente ed è stato senza dub­bio l’evento più politi­ca­mente for­ma­tivo della mia vita. Quello che è suc­cesso in questa città, così alta­mente sim­bol­ico, è la prova tan­gi­bile che la costruzione di un muro è del tutto con­tro­pro­du­cente e non porta a nes­suna pace” .

Già dal 2003 il fotografo tedesco com­in­cia a inter­es­sarsi alle costruzioni, quelle che sep­a­rano non soltanto le per­sone, ma anche la loro pos­si­bil­ità di comu­ni­care, di conoscersi, di scam­biarsi espe­rienza. Lo spunto è dato dall’infinito con­flitto tra Israele e Palestina e dalla assurda quanto claus­tro­fo­bica pre­senza di un muro di sep­a­razione, lungo ben 703 chilometri, che Wieden­höfer doc­u­menta, forte anche della sua conoscenza dell’arabo stu­di­ato anni prima in Siria, e riporta nel libro “Wall”, edito da Steidl. Nel 2006 poi il prog­etto si amplia e nasce l’idea di far con­fluire in esso anche altre realtà “divisorie”.

Quanto è stato com­p­lesso real­iz­zare questi scatti e pro­porre qui l’esposizione?

Nat­u­ral­mente non è mai facile aggi­rarsi per zone dif­fi­cili e scattare foto in asso­luta pace, per cui ho sem­pre poco tempo a dis­po­sizione che cerco di sfruttare al mas­simo. Inoltre l’attesa del per­me­sso per esporre qui questi scatti è stata molto lunga, almeno cinque anni”.

La buro­crazia, anche qui a Berlino, ha dovuto fare il suo corso, dal momento che la East Side Gallery è mon­u­mento nazionale ed è ricop­erta quasi per intero dai graf­fiti di molti artisti. Si è dovuto anche trovare sup­porto finanziario al prog­etto, anche tramite il crowd­fund­ing, attra­verso il quale si è rius­citi a rac­cogliere la somma sta­bilita di 13 mila sterline.

Pos­si­amo dire che tutti i muri sono uguali?

“Beh cer­ta­mente ogni muro, così come ogni luogo in cui è stato costru­ito, ha la sua speci­fica sto­ria. Quello che a me inter­es­sava era ren­dere molto vis­i­bile l’idea di sep­a­razione e inco­mu­ni­ca­bil­ità tra le per­sone. Il muro assume il val­ore di uno spazio men­tale oltre a quello pro­pri­a­mente fisico. La sua esistenza dà un’idea di sicurezza, di pace, ma in ver­ità sono sen­sazioni solo illu­sorie. Ogni per­sona poi ha la sua idea di muro. Quando abbi­amo esposto i primi test qui a Berlino alcuni tur­isti amer­i­cani si sono avvi­c­i­nati e sostenevano che non è pos­si­bile com­parare il muro di Berlino con la fron­tiera mes­si­cana. Ok, ne pos­si­amo par­lare: è impor­tante anche che si crei un dibat­tito sulla questione”.

Durante il suo lungo viag­gio da un muro all’altro cosa l’ha col­pita di più?

“Ho lavo­rato nell’Irlanda del Nord negli anni Novanta e nel 2008, al mio ritorno, sono rimasto scon­cer­tato davanti alla con­tinua costruzione della cosid­detta Peace Line”. 

Ogni immag­ine su ciò che resta del muro di Berlino misura 3 m x 9 m ed è stam­pata su carta e aff­issa con una nor­male colla non inva­siva. L’estensione mas­sima di ogni scatto, real­iz­zato da uno speci­fico obi­et­tivo, non risparmia allo spet­ta­tore l’idea sof­fo­cante di essere chiuso, costretto e avvolto dallo stesso muro e di non avere altra scelta che non sia quella di abbatterlo.